eyes wide shut in thailandia

Ploy
di Pen-Ek Ratanaruang
Tailandia, 2008
Produzione Fortissimo Films
1h47

Sesto film di Pen-Ek Ratanaruang, presentato a Cannese, nel 2007, alla Quinzaine des réalisateurs, Ploy --nelle soluzioni narrative dei passaggi dal sogno alla realtą, dall'universo maschile a quello femminile, e nelle tematiche-- rappresenta l'Eyes wide shut thailandese, intenso e minimalista: il labirinto di sentimenti, vissuti, codici psicologici e sociali che strutturano ogni matrimonio prende la forma di un albergo ovattato e quasi virtuale, fuori dal tempo e dallo spazio, o meglio nel tempo e nello spazio dell'aeroporto. La cittą č lontana, il mondo vive altrove. L'albergo č come un aereo, sospeso sopra le esistenze reali, oltre la coscienza della normalitą, al di lą della veglia quotidiana.
La malinconia avvolge i passaggi dal sogno alla realtą, addormenta i personaggi, rallenta i loro gesti, sfuoca il loro passato, dilata il tempo.

L'amore ha una data di scadenza, ed č scaduto. Il cinema ha una data di scadenza, ed č scaduto (Lalita Panyopas, che interpreta la moglie Dang, č molto famosa in Tailandia per i ruoli principali nelle soap-opera. L'attrice aveva abbandonato la carriera per dedicarsi ai figli; ma ha accettato di recitare in Ploy dove il regista Pen-ek Ratanaruang le rende omaggio con il ruolo di una star del cinema ritiratasi dal mondo dello spettacolo). E i personaggi si trovano sul punto limite, quasi inesistente, sospeso, virtuale, glaciale, muto, in cui la scadenza --la stanchezza-- tarda a prendere una decisione, a trasformarsi in evento. Come nel film di Kubrick e come ne I racconti della luna pallida d'agosto di Mizoguchi, al momento della scadenza una bellezza sensuale, violenta, sconosciuta, irrimediabilmente fisica e smisurata, arriva a portare l'enigma del sogno all'interno di una coppia rarefatta. Ma Pen-Ek Ratanaruang aggiunge un dato metafisico supplementare: tra la realtą e il sogno il regista tailandese pone il sonno. Al momento della scadenza sembra che non resti altro da fare che dormire; dormire vestiti, in piedi, in ascensore, al bancone di un bar. E far finta di dormire. O non riuscire a dormire.
I riferimenti a Wenders, Antonioni e Wong Kar-Wai si succedono tra mutismo, sguardi imbambolati, spazi geometrici e astratti, sensualitą dei movimeni di macchina. Il modello stilistico di Lost in translation domina ad ogni inquadratura. Ma il regista tailandese inserisce un erotismo gratuito, incoscente, leggero eppure estremo, che gli permette di sviluppare in una direzione nuova e inquietante il conflitto tra la temporalitą del desiderio fisico e della finzione cinematografica e la necessitą, l'assolutezza, la ferocia dell'erotismo privo di costruzione e di coscienza.

maria guidone